Irene Soave

Archive for the ‘vintage’ Category

discorsi in A

In vintage on 8 dicembre 2009 at 9:51 pm

L’hanno inventata i giornali. Ha fatto fortuna perchè si chiama così. E’ un’influenza come tutte le altre. No, c’è gente che muore. Sì, a Levico è morto un uomo di centodue anni. Bisogna combatterla a whisky, rhum e cognac. Bisogna mangiare molta frutta, pasteggiare a latte. L’unica cosa è la vitamina C.
   Otto giorni di letto non te li leva nessuno. Trentanove e quaranta come niente. Poi tre giorni a casa completamente sfebbrati. Attenzione alle ricadute. Ti lascia le ossa rotte, le gambe molli. Macchè precauzioni, se deve venire viene. Meglio farla subito. Meglio adesso che in pieno inverno.
   Come stai? Malissimo. Hai l’asiatica anche tu? non ho febbre, ma sento che sta arrivando. Bisogna che mi metta subito a letto. E tu? Quaranta, le ossa a pezzi, di notte gli incubi. 
   […] Io invece l’ho fatta in piedi: ci manca che mi metta a letto anche io. L’ho presa secca. Son tutta grigio-blu. Io divido le persone in due: quelli che la chiamano asiatica e quelli che continuano a chiamarla influenza. Il parrucchiere pettina e cola. Si può peccare come si vuole, tanto il confessore ha l’asiatica. Hai l’aria un po’ giù. Un vermut? No, grazie, un gargarismo.
   Non possiamo, siamo tutti a letto. Sì, anche lui. Sì, anche lei. Siamo pieni fin qui di antibiotici: dicono che non fanno niente. Il dottore non vuol neanche venire: forma normale, dice da lontano. Tanto vale che vi curiate da soli. E’ il solito virus A. E’ il Singapore 57. Non si trova più aspirina. Non si trova più chinino.
   Non si deve andare in posti frequentati. Niente cinema. Niente teatro, via dai bar. Nessuno consegna più niente. Non abbiamo un cappello. Non ci facciamo più vestiti. E’ morto Dior, la moda francese è in crisi. Cosa vuole che me n’importi? Tanto per il momento ci stiamo facendo solo càmici bianchi per curare le cameriere.

Camilla Cederna, Il lato debole, 1956.

camera ardente

In vintage on 4 novembre 2009 at 9:21 am

Un cuscino di rose bianche, deposto da Milva. Una corona di ibischi rossi e corolline bianche con la fascia tricolore. Ma soprattutto un tappeto di fiori portati uno per uno, con o senza la stagnola del fioraio: due ragazze le ho viste fuori comprare la rosa dal pachistano per portarla dentro, look nero drammatico, una ha gli occhi lucidi.
Nella camera ardente di Alda Merini a Palazzo Marino c’è l’amica Valentina Cortese, in pelliccia, che legge il Magnificat e bacia la bara della poetessa. Le quattro figlie, Emanuela, Barbara, Simona e Flavia – come le somigliano! – vanno e vengono.  Sfoglio in fretta i libri dei visitatori alla ricerca di altri nomi noti, ma non ne trovo. In compenso ci sono centinaia di milanesi che entrano ed escono dal salone Alessi lasciando firme, dediche, citazioni lunghe anche parecchie righe, che se ci si vuole vedere un racconto corale parlano di una varia umanità fatta di lettori accaniti, di poeti più o meno in pectore, di “sensibili”, a vario titolo. “Ti piaceva la vita fatta a pezzi”, scrive uno, citando Montale.  “Sei stata grandissima per il nostro quartiere di Porta Ticinese – scrive un altro – e spero che i tuoi sogni si avverino. Ti amiamo tutti”.  C’è chi si firma  “la tua sorella spirituale Ivana”. Un certo Mario scrive: “Te ne vai, nel mio mondo dominato dalla depressione”. Qualcuno lascia il numero di telefono, chissà perchè. Subito sopra la mia firma ce n’è una in grafia incerta, con lettere grandissime: quella di “Sergio Chinoli da Vigevano, poeta”.

vintage me

In in altre parole, luoghi comuni, vintage on 11 ottobre 2009 at 9:37 am

“…Poi, presso a Ciampino o alla palomba, levava gli occhi: su, su: carovane bianche di nuvole trascorrendo  a mezzo marzo nel cielo da nullo reale perseguite, anche loro, però, c’era chi s’incaricava uncinarle: ed erano le vette argentate delle antenne, come punte di pettine di carda un’ovatta: nel vello del fuggente, niveo gregge si sdrucivano da una perpetua deformabilità, poi si richiudevano in una irraggiungibile alterazione di presagi, col vento alto, freddi sbrani di azzurro.”

Cercando su google questo che è uno dei miei brani portafortuna (da dove arriva?) ho trovato un link a un vecchio sito: era il mio blog nel 2003. è ancora lì, pensate a quante carcasse rimangono sulla rete a non dire niente, solo per farsi trovare da chiunque cerchi qualunque (altra) cosa.